sabato 7 marzo 2020

Quella maledetta "strenua inertia"...

La depressione è uno dei disturbi psichici più pericolosi e diffusi, che tutti conoscono per esperienza diretta o meno; può colpire chiunque e spesso porta chi ne soffre alla morte. Le cause della depressione sono varie, i fattori che ne favoriscono la nascita sono di diversa natura, ereditaria, psicologica, sociale e ambientale. Molti credono che la depressione riguardi solo i soggetti più deboli, che hanno pochi amici o che magari vivono una vita misera, in un contesto socio-economico danneggiato, ma non è sempre così. Sono tanti i personaggi pubblici che soffrono o che hanno sofferto di depressione, talvolta perdendo la vita o al contrario uscendone vincitori; basti pensare a uno dei cantautori più celebri della musica italiana, Vasco Rossi, che con la canzone “Se ti potessi dire” mette a nudo la sua anima, confidando il buio periodo di “malinconie, nostalgie, rimpianti” che lo hanno quasi fatto sprofondare “nell’inferno della mente, che esiste davvero”, per poi affermare che se ne avesse avuta l’opportunità avrebbe rifatto tutti gli errori, le stesse delusioni, che gli hanno insegnato a “vivere per amare, sognare, rischiare, diventare, vivere per adesso”. Un altro errore molto comune è pensare che la depressione sia qualcosa di moderno, che dunque non ha niente a che fare con il passato. Tutto ciò è sbagliato, non lasciamoci ingannare dall’attualità dell’argomento; pensiamo ad esempio alla cultura romana arcaica, dove la depressione era addirittura una dea. Si chiamava Murcia e rendeva l’uomo appunto “murcidus”, ossia estremamente pigro ed inattivo, immobile; per fortuna a contrastare il suo influsso malefico c’erano Stimula, la dea che stimolava ad agire, e Strenia, quella che ispirava il coraggio e l’attività. Come fosse di preciso l’aspetto di Murcia non lo sappiamo, ma possiamo provare a farci un’idea dell’immagine che i romani avevano di lei: gli antichi eruditi mettevano in relazione le parole “Murcia” e “murcidus” con il termine “marcidus”, cioè con il “marcio”, dato che la dea faceva marcire l’animo umano proprio come fa la depressione, immaginata come una marcescenza dell’animo, che rende l’uomo incapace di agire, di provare entusiasmo e addirittura di muoversi. Per indicare la depressione, il latino poteva poi servirsi di un altro termine, “veternus”, che corrisponde a quel morbo dell’animo che sprofonda gli uomini nel torpore e nella dimenticanza, tutti sintomi tra l’altro connessi alla senescenza biologica; d’altronde è evidente il collegamento di “veternus” con “vetus”, ossia “vecchio”. Prima abbiamo detto che la depressione colpisce tutti, anche i soggetti meno “a rischio”, e possiamo dire che lo stesso accadeva nell’antica Roma; pensiamo ad esempio ad uno dei massimi autori della letteratura latina: Orazio. Quest’ultimo è sempre stato dipinto come una personalità tranquilla, serena, equilibrata, perfetta quasi quanto il suo impeccabile stile, ma negli ultimi tempi la critica moderna ha finalmente abbandonato questa immagine stereotipata per parlare di un Orazio ansioso, instabile, oggi diremmo “nevrotico”. In realtà già gli antichi romani avevano compreso quale fosse la vera natura del poeta: in particolare un antico commentatore dell’Ars Poetica definiva Orazio “melancholicus”, mentre lui stesso preferiva descrivere il funesto torpore che lo affliggeva usando la vecchia parola “veternus”, accompagnata dall’aggettivo “funestus”. Orazio dunque viveva male, il suo animo (più del suo corpo) era malato ed egli si crogiolava in questo dolore sino a respingere coloro che cercavano di aiutarlo, come i medici e i suoi amici. Il suo male sembra consistere in una “depressione ansiosa”, che Orazio chiama “strenua inertia”, ossia la smaniosa immobilità, il sollecito torpore che caratterizza chi ha male dentro. Questa espressione latina suscita il ricordo delle dee romane di cui parlavamo sopra, Strenia e Murcia: la dea della dell’attività e quella del torpore si fondono infatti in questa creatura mostruosa, la “strenua inertia” appunto. Sempre riferendoci al malessere interiore di Orazio bisogna dire che il poeta amava farsi rimproverare; spesso infatti nei suoi scritti inserisce episodi che fungono da pretesto per essere punito. Un esempio è quando in occasione dei Saturnali, in cui il ruolo del padrone e quello del servo si scambiano, il servo Davo accusa Orazio di essere volubile e falso, persino più schiavo di lui, perché il padrone è schiavo delle sue stesse passioni. Il servo poi passa alla sfera amorosa, affermando che ai suoi schietti amori si oppongono quelli angosciosi del padrone, che certamente non contribuiscono a farlo sentire meglio. In un altro episodio, invece, il poeta viene rimproverato dal filosofo Damasippo, che lo accusa di essere irascibile, di vivere al di sopra dei propri mezzi e di cedere a mille furori di ragazze e di ragazzi. In definitiva questo piacere che Orazio prova rimproverandosi potrebbe essere letto da molti (in particolare dai seguaci di Freud) come uno dei tratti tipici del malinconico; lo psicoanalista dice infatti che il malato descrive il suo “Io” come assolutamente indegno, incapace di fare alcunché e moralmente spregevole, dunque si rimprovera e si aspetta di essere respinto o punito. La domanda che a questo punto sorge spontanea è la seguente: per quale motivo Orazio fu di temperamento malinconico? Non esiste una risposta unica e certa a tale domanda, ma solo motivazioni varie e ipotizzate: in primis il periodo storico in cui il poeta viveva, funestato da anni di guerre civili e orrori che certo non potevano favorire lo sviluppo di temperamenti solari. Un’altra possibile risposta potrebbe poi venire dal passato di Orazio, ma purtroppo le notizie che abbiamo della sua vita sono alquanto scarse; altri invece cercano di trovare una spiegazione nel pensiero degli antichi, in particolar modo quello degli aristotelici, secondo cui “tutti coloro che hanno raggiunto l’eccellenza nella filosofia o nella politica o nella poesia o nelle arti mostrano di essere dei melanconici”. Sono tanti infatti quelli che credono che il poeta avesse fatto poesia proprio per combattere la sua “strenua inertia”, come se la poesia rappresentasse per lui un luogo sicuro in cui rifugiarsi e sfogarsi. Alla fine possiamo dire che non sarebbe sbagliato a ogni modo leggere le opere di Orazio pensando all’incoercibile inclinazione verso il “funestus veternus”, di cui il poeta stesso ci parla nei suoi versi, affermando che se sono il senno e la ragione a liberarci dagli affanni, allora è inutile cercare di fuggire dalla propria realtà per cambiare luogo e illudersi di risanare anche l’animo: ciò che dobbiamo fare è goderci le piccole cose intorno a noi, che diventano fonte di felicità a patto che il nostro animo sia tranquillo.






venerdì 17 gennaio 2020

"Quando Van Gogh sintetizzò la turbolenza" (articolo di Matteo Arpaia)

Il giorno 19 dicembre la nostra classe ha assistito alla mostra immersiva di Van Gogh a Salerno, presso il Complesso monumentale di Santa Sofia.
Pur non essendo presente alcun quadro del pittore olandese, i suoi pensieri e le sue emozioni ci sono pervenute mediante fedeli ricostruzioni virtuali. L'esperienza è stata quanto mai interattiva: è bastato indossare dei visori 3D per ritrovarsi in una campagna simile a quelle in cui Van Gogh realizzò gran parte dei suoi capolavori e, cosa più straordinaria, erano proprio i suoi quadri a comporre il paesaggio.
Chi volesse sperimentare un'esperienza irripetibile, così intima con l'arte, non potrebbe desiderare di meglio.

Come è risaputo, il pittore impressionista soffriva di gravi disturbi psichici per i quali venne confinato in manicomio. Tuttavia la condizione psichica di Van Gogh può ben essere definita inversamente proporzionale alla sua creatività ed alla sua abilità col pennello, con il quale riusciva a tirar fuori il meglio di sé.
Forse non tutti sanno che studi del nuovo millennio hanno evidenziato come, proprio in quei momenti di lucida follia, la mano dell'artista fosse stata in grado, a grandi linee, di rappresentare un'equazione fisica che descrive la turbolenza fluida.
Il regime turbolento, in fisica, consiste nel flusso caotico delle particelle di un fluido governato dalle leggi del caos deterministico che, a meno di una conoscenza praticamente impeccabile delle coordinate necessarie a descriverlo in un dato istante (cosa pressoché impossibile), non ci permettono di predire il comportamento del flusso nel tempo.
Questo fenomeno fisico è uno dei tasti dolenti della fisica moderna poiché costituisce tuttora un mistero irrisolto, sebbene sperimentalmente risultati prossimi alla realtà siano stati raggiunti da tempo.
Risulta quantomeno singolare immaginare come un uomo, che dall'esterno poteva sembrare incapace di intendere e di volere, fosse in grado di elaborare e addirittura di raffigurare dati così complessi sui fluidi e i loro moti.
Ciononostante è proprio ciò che accadde nel 1889  quando Van Gogh dipinse la celebre "Notte Stellata".
Con rapide pennellate è stata possibile la realizzazione di quelle che un matematico definirebbe spirali auree e che numerosi scienziati, in seguito a meticolosi studi sul dipinto, hanno scoperto essere rapportabili a quelle strutture fluide turbolente di cui sopra.
Constatare come da un quadro di oltre cento anni possa prendere forma un percorso interdisciplinare che, vista l'attualità degli studi che abbiamo menzionato, è destinato ad estendersi ulteriormente, è forse la miglior opera d'arte cui un artista possa aspirare.


Ritratto di Vincent Van Gogh


Regime turbolento
"Notte stellata"



GALILEO GALILEI: QUANDO L'UMANITA' CONOBBE LA LUNA


Il Seicento è il secolo della repulsione verso il tradizionalismo e l'ipse dixit aristotelico che, nei secoli precedenti, avevano profondamente influenzato (per non dire impedito) il progresso scientifico; è, questo, il secolo della rivoluzione scientifica, che vede protagonisti Bacon, Cartesio e Galileo, promotori di un'osservazione empirica dei fenomeni reali e di una metodologia di ricerca basata su principi matematici.
Galileo, in particolare, introduce un metodo scientifico sperimentale composto da una prima fase di analisi di un dato fenomeno, attraverso le sensate esperienze, e da una seconda fase di necessarie dimostrazioni, che rappresentano la sintesi delle osservazioni condotte precedentemente.
Galileo Galilei fu, inoltre, sostenitore della teorie eliocentrica di Copernico e, in ambito astronomico, si devono a lui, prime fra tutte, le scoperte riguardo la superficie lunare, i satelliti di Giove e la natura della Via Lattea, rese possibili dall'uso del cannocchiale.
Una bozza di Galileo della superficie lunare
È nel trattato scientifico Siderus Nuncius che lo scienziato pisano annuncia le sue scoperte e fornisce informazioni riguardo il particolare strumento che ha utilizzato.
Egli racconta di come, osservandola dal cannocchiale, sia riuscito a scorgere la superficie lunare che, diversamente da ciò che affermava la teoria tolemaica, non risulta liscia e levigata, ma scabra, del tutto assimilabile alla superficie terrestre, ricoperta di escrescenze e rientranze (monti e valli). 
Galileo afferma che, attraverso il cannocchiale, la luna gli era apparsa 30 volte più vicina, "sicché il suo diametro apparisca circa trenta volte maggiore, la superficie quasi novecento, il volume poi approssimativamente ventisettemila volte più grande di quando sia veduto ad occhio nudo". Particolari sono le proporzioni matematiche utilizzate per spiegare il funzionamento dello strumento utilizzato.
Galileo al cannocchiale
Pur non avendo a disposizione alcuna formula né per il calcolo della superficie né per quello del volume di una sfera (la luna), lo scienziato intuisce che la misura dell'area riguarda una moltiplicazione, dunque moltiplica una sola volta per sé stessa l'unica dimensione nota della sfera, il suo diametro: ne consegue che se il diametro visto dal cannocchiale è 30 volte maggiore di quello reale, allora la superficie percepita dal cannocchiale sarà 900 (=30^2) volte maggiore di quella effettiva. Attraverso un'intuizione simile, Galileo moltiplica due volte per sé stesso il diametro lunare (elevandolo, quindi, al cubo) concludendo che, dal cannocchiale, la luna risulta 27000 (=30^3) volte più grande rispetto alla realtà. Nonostante Galileo fornisca valori numerici tanto dettagliati, oggettivi, basati, ovviamente, su formule matematiche, il suo linguaggio non risulta freddo né distaccato, ma presenta un tono solenne, quasi commosso, nel quale si evince la felicità e la soddisfazione con cui lo scienziato comunica le proprie scoperte. Sono presenti, infatti, espressioni suggestive come "l'eccellenza della materia" o frasi che descrivono il piacere umano e genuino che Galileo prova nell'osservare la Luna: "Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare".
In effetti, l'intenzione a tratti celebrativa di Galileo si evince già nei primi righi del trattato: infatti i primi tre periodi cominciano rispettivamente con "Grandi invero sono le cose[...]", "Grandi, dico, [...]" e "Gran cosa è certo[...]".
Attraverso questa anafora lo scienziato rende subito nota ai lettori l'importanza dei temi trattati.
Il cannocchiale di Galileo
Nella seconda parte del trattato Galileo si sofferma sull'invenzione del cannocchiale (a opera di un fiammingo) e sul perfezionamento dello strumento messo in atto da lui stesso. Anche in questo caso il linguaggio matematico è accostato a quello poetico: infatti, come per la descrizione dell'osservazione della luna, attraverso un climax ascendente, Galileo racconta il progressivo affinamento del proprio cannocchiale, che passerà dal fornire un'immagine 3 volte più vicina e 9 volte più grande, al fornirne una più di 30 volte più vicina e quasi 1000 volte più grande.
Ancora una volta, Galileo si lascia andare al racconto appassionato e soggettivo dell'esperienza di studio che ha vissuto: lo si evince, in particolare, dalla frase "[...]osservai con incredibile godimento dell'animo le Stelle[...]". L'osservazione degli astri reca al poeta un senso di soddisfazione non solo, se così si può dire, sul piano "lavorativo" ma un senso di appagamento personale che ci fa comprendere quanto il mestiere dello scienziato, nonostante il rigore matematico, coinvolga in modo particolare il soggetto anche sul piano umano.

Gli studi di Galileo sui rapporti matematici tra le grandezze reali e quelle osservate al cannocchiale
possono essere rappresentati su un piano cartesiano come funzioni del tipo y=f(x).
Assumendo la variabile dipendente y come la misura percepita attraverso il cannocchiale, e la
variabile indipendente x come la misura reale, possiamo affermare che:
  • La lunghezza del diametro sarà rappresentata dalla retta r: y=30x
  • L’estensione della superficie sarà rappresentata dalla parabola S: y=900x^2
  • Il volume sarà rappresentato dalla cubica V: y=27000x^3


(Si considerano ovviamente valori di x e y positivi, in quanto una misura reale non può assumere valori negativi)




lunedì 9 dicembre 2019

"Sensate esperienze e necessarie dimostrazioni"

ANALISI E SINTESI
Il tema della nostra alternanza scuola-lavoro di questo anno scolastico sarà “analisi e sintesi “ .

L’analisi consiste nella scomposizione di un tutto negli elementi che lo costituiscono, sopratutto a scopo di studio, per esaminare i rapporti che si determinano tra tali elementi. Il concetto generale di analisi può essere applicato a molte discipline come ad esempio alla chimica (analisi chimica; analisi qualitativa; analisi quantitativa; analisi gravimetrica; analisi volumetrica), alla fisica (analisi armonica e analisi spettrale) o alla matematica (analisi infinitesimale). È possibile riscontrare altri esempi di analisi nelle discipline umanistiche: nel latino (analisi dei casi grammaticali) , nell’italiano (analisi di un testo narrativo o di un testo poetico), nella filosofia (interpretazione di un concetto complesso attraverso l’esame degli elementi semplici che lo compongono) o nella grammatica (analisi logica e grammaticale).


Analisi chimica


Analisi volumetrica









Analisi armonica

Analisi spettrale





 

Analisi infinitesimale





Analisi del periodo






La sintesi è un’ operazione che combina insieme parti o elementi per arrivare ad una conclusione unitaria ed essenziale. Il termine sintesi si può usare in relazione a varie discipline tra cui la fisica (sintesi di frequenza), la tecnica (sintesi di una rete elettrica), la chimica (sintesi degli elementi e sintesi enzimatiche) e  la fotografia (sintesi additiva e sottrattiva). Il concetto di sintesi  è rintracciabile anche nell’italiano (sintesi di un testo narrativo), nel latino (la traduzione della versione) o nella filosofia (sintesi del pensiero del filosofo e successiva interpretazione).













Sintesi di una rete elettrica





   Sintesi enzimatica




Questi due termini si oppongono l’uno all’altro ma sono strettamente legati. Facciamo esperienza di analisi e sintesi nella nostra quotidianità. Quando studiamo, ad esempio, dividiamo l’attività in due fasi: la lettura dell’argomento (analisi) e la successiva creazione di un discorso che esponga ciò che abbiamo appreso (sintesi). In generale possiamo affermare che i concetti di analisi e sintesi riguardano ognuna delle azioni che compiamo in quanto il nostro cervello analizza gli impulsi e sintetizza una risposta.


domenica 2 giugno 2019

"Contando e raccontando" il convegno

Mercoledì 10 aprile è stata una data importante per il nostro progetto di alternanza. Infatti in questa data la mia classe ha preso parte al primo incontro del convegno "Contare e Raccontare: tra Matematica e Letteratura" presso l'Università degli Studi di Salerno.
Come evincerete dal nome, si è discusso di un tema a noi molto caro, ossia la proficua collaborazione tra materie scientifiche (ben rappresentate dalla matematica) e le cugine umanistiche, le cui veci hanno impegnato soprattutto la poesia e la letteratura.
Successivamente al discorso d'apertura, il primo a prendere parola è stato Carlo Sbordone, matematico accademico italiano e fondatore di una scuola di Analisi Matematica a Napoli.
Tenendo fede al suo curriculum vitae, il suo intervento ha interessato prettamente la matematica che, a suo dire, potrebbe essere insegnata in maniera più leggera non ricorrendo alla massiccia dose di formule di cui i nostri libri di testo sono stracolmi.
Argomentando con opportuni esempi (che, tra le altre cose, non richiedevano neppure un'approfondita conoscenza della materia per essere compresi), il professore è riuscito a catturare e a mantenere alta l'attenzione dei presenti con un lessico tanto ricercato e articolato quanto chiaro e intuitivo.


Il secondo intervento, maggiormente pertinente con il tema della simmetria tra le cosiddette due culture, è arrivato da Paolo Maroscia, attualmente docente di Geometria presso la Facoltà di Ingegneria Civile e
Industriale all’Università di Roma “La sapienza”.
La sua esposizione è stata davvero a trecentosessanta gradi: passando da Šklovskij a Pessoa, dal Triangolo di Pascal al Teorema di Pitagora, si può ben dire che il tema della ricerca della simmetria tra i due mondi (solo) apparentemente distinti è stato centrato in pieno. A ciò si aggiunge la simpatia e la bizzarria di un personaggio davvero fuori dagli schemi che si è mostrato davvero a suo agio nel parlare in pubblico.
Neppure l'arte è stata trascurata in questo discorso a tutto tondo: ne è una vivace testimonianza il bosco simmetrico su un terreno costituito da numeri contenuto nel quadro di Ravà.
A questo gioco di numeri, geometria, schemi simmetrici e rime faceva da cornice la passione per gli argomenti trattati di cui l'aria era impregnata.
Di questa esperienza è proprio quella passione il tesoro che ci portiamo a casa e che dovrà guidarci nel nostro percorso futuro.

domenica 31 marzo 2019

Simmetria e Asimmetria in fisica: la Dinamica e la Cinematica


La Meccanica è la branca della Fisica che si occupa del moto dei corpi. Una sua parte, la Cinematica, incentrata sullo studio geometrico del moto, indipendentemente dalle cause che lo generano (le forze), permette di notare e analizzare le simmetrie che alcuni moti presentano.
Se analizziamo il moto del proiettile, in assenza di attrito e con velocità iniziale obliqua, esso risulta dalla combinazione di due moti simultanei: uno rettilineo uniforme orizzontale e uno rettilineo uniformemente accelerato verticale. Questo è un esempio di moto parabolico in quanto la sua traiettoria è una parabola con la concavità verso il basso. Essendo il grafico di tale parabola simmetrico rispetto alla retta parallela all'asse delle ordinate e passante per il suo vertice (punto di altezza massima in cui il corpo inverte il suo moto di salita iniziando la discesa verso il basso), lo studio di questo moto presenta situazioni di simmetria.
Un altro esempio di moto parabolico è quello di un pallone lanciato da un giocatore di basket per fare canestro; in realtà va sempre puntualizzato che si tratta di un moto approssimativamente parabolico per la presenza dell’attrito dell’aria.
Ancora un altro esempio di moto che presenta condizioni di simmetria è il moto circolare uniforme, la cui traiettoria è una circonferenza e il vettore velocità è costante in modulo, in modo tale che il corpo percorrerà archi uguali in intervalli di tempo uguali. Considerando, infatti, un punto sulla circonferenza e il suo simmetrico rispetto al centro, le loro velocità avranno, lo stesso modulo, la stessa direzione, ma verso opposto.
Moto armonico e moto circolare uniforme
Legato al moto circolare uniforme è possibile considerare anche il moto armonico. Si tratta di un moto rettilineo ottenuto dalle proiezioni del moto circolare uniforme sul diametro della circonferenza. In esso un punto qualsiasi della sua traiettoria e il suo simmetrico rispetto al centro, oltre a rappresentare vettori posizione di uguale modulo ma verso opposto, presentano vettori velocità e accelerazione uguali e opposti.
Ad esempio, il moto di un pendolo semplice (con filo inestensibile e massa trascurabile a cui è appeso un oggetto massivo) nell'approssimazione di piccoli angoli (l’angolo formato dalla direzione del filo perturbato dalla posizione di equilibrio e la direzione verticale), cioè relativamente a un angolo di oscillazione completa di circa 10°, è un moto armonico in cui è facilmente osservabile anche la simmetria del movimento in quanto il corpo, una volta lasciato cadere, raggiungerà il punto simmetrico, rispetto alla direzione verticale, dell’arco di circonferenza che percorrerà prima di tornare indietro compiendo un’oscillazione completa.
Anche il semplice caso di moto rettilineo uniformemente accelerato (moto lungo una retta con accelerazione costante) presenta simmetrie, perché il suo grafico spazio-tempo, cioè quello della sua legge oraria, è una parabola.
Inoltre, sfruttando anche uno studio dal punto di vista dinamico (la Dinamica è la parte della Meccanica che si occupa della cause del moto, ossia le forze), è possibile produrre nuovi esempi. Analizzando la cosiddetta macchina di Atwood, dispositivo inventato da G. Atwood per lo studio del moto uniformemente accelerato formato da due masse collegate da una carrucola ideale, è possibile notare infatti come, scambiando le due masse, la tensione del filo rimarrà la stessa, mentre l’accelerazione con cui esse si muovono cambierà di segno, essendo antisimmetrica.

lunedì 25 marzo 2019

PADRI E FIGLI TRA SIMMETRIA E ASIMMETRIA


DA PLAUTO A TERENZIO PASSANDO PER IL LIBRO “UN’ODISSEA”
DI D. MENDELSOHN

Nella società dell’antica Roma una figura emblematica è quella del pater familias che, secondo il diritto romano, non solo era l’unico a potersi occupare del nucleo familiare da un punto di vista economico e gestionale (detenendo solo lui il diritto di possedere la res familiaris), ma aveva anche potere di vita o di morte su ogni componente della familia, dunque l’educazione impartita ai giovani romani era basata sul timore del padre.

Un pater familias servito da alcune ancelle
che si rivolge al giovane figlio
Con Plauto vediamo che il personaggio del pater familias, come tutte le maschere plautine, viene stereotipato in un vecchio scorbutico e soprattutto avaro. Ciò che il commediografo mette in evidenza è la contrastata relazione tra padre e figlio, diretta conseguenza della subordinazione del giovane al genitore. Tuttavia lo scopo principale di Plauto era generare la risata del pubblico e per fare ciò egli metteva spesso in scena situazioni surreali e irrealizzabili. Infatti in Plauto l’asimmetria del rapporto tra il pater familias e l’adulescens (implicata dalla posizione di potere del primo nei confronti del secondo) viene in un certo modo ribaltata: il padre diventa infatti “vittima” delle azioni e delle decisioni del figlio o, comunque, dei suoi aiutanti.  Nel libro di Daniel Mendelsohn, Un’Odissea, che racconta del rapporto dello scrittore con suo padre facendo riferimento all’Odissea di Omero, ci viene presentato un padre che viene a trovarsi in una posizione di dipendenza dal figlio. Infatti il padre dello scrittore decide di partecipare ad un seminario sul poema omerico tenuto dall’autore, professore di Lettere classiche.  Dunque sia Plauto che Mendelsohn ci presentano un evidente ribaltamento dei ruoli: il commediografo con l’adulescens che inganna il padre, lo scrittore americano presentandoci un padre (che nella società è visto come colui dal quale i figli possono apprendere innumerevoli lezioni) che si ritrova ad essere un alunno di suo figlio. Tuttavia il legame tra Daniel Mendelsohn e suo padre è ovviamente molto differente da quello tra il pater familias e i suoi figli nell’antica Roma: si tratta di una relazione comunque complicata, ma il motivo di questo tacito contrasto sta nelle diverse personalità dei due: il padre schivo e serio, è stato un professore di matematica e ha sempre lavorato nel settore scientifico, mentre il figlio, uomo assai sensibile, è da sempre appassionato alle materie umanistiche. I due sono quindi due personalità opposte che hanno una relazione alla pari in quanto nessuno dei due esercita potere sull’altro: nel loro rapporto c’è dunque una sorta di simmetrico equilibrio. Ma questo legame tra padre e figlio non è solamente proprio della società contemporanea: già nel II secolo a.C., con la diffusione del pensiero e dei costumi ellenici anche a Roma, un altro commediografo, Terenzio, frequentando il Circolo degli Scipioni, si avvicinò al concetto di humanitas, che indicava il rispetto per l’uomo in quanto tale, a prescindere dalla sua posizione sociale ed economica. Questo nuovo pensiero, che poneva tutti gli individui sullo stesso livello, portò Terenzio a proporre un nuovo tipo di figura paterna nelle sue opere. Il pater familias assume quindi un aspetto più umano: egli mostra le sue fragilità, come nel caso dell’Heautontimorumenos, opera in cui un giovane innamorato di una ragazza più povera e biasimato dal padre, per sfuggire ai suoi rimproveri va via di casa; il vecchio, pentendosi della propria intransigenza, si dà ad una vita piena di sofferenza fisica lavorando ininterrottamente nei campi, per poi ricongiungersi al figlio alla fine della rappresentazione. Questo nuovo tipo di padre implica anche un innovativo metodo educativo, basato sull’indulgenza e sulla fiducia reciproca. Micione, uno dei personaggi degli Adelphoe, afferma: ”Quello che hai conquistato con la benevolenza, (tuo figlio) lo fa spontaneamente, si sforza di ricambiarti;[…]Questo è il compito del padre, abituare il figlio a comportarsi di sua volontà e non per timore degli altri. Qui sta la differenza tra padre e padrone.” 
Scena tratta dal film "Nebraska" di A. Payne

Un simile cambiamento nella personalità del padre si trova anche nel libro di Mendelsohn il quale, all’inizio, ci presenta suo padre quasi come uno sconosciuto, una persona per cui prova affetto, ma che non conosce abbastanza. Infatti l’anziano Jay Mendelsohn non è stato un padre tenero, seppur abbastanza presente per i propri figli e ha sempre avuto un atteggiamento sprezzante e distaccato. Nel corso della narrazione, leggendo insieme l’Odissea, i due riescono ad imparare qualcosa l’uno dell’altro e, alla fine, Daniel scoprirà il lato fragile di suo padre che era stato per anni nascosto dietro l’aspetto severo. Dall’apparente asimmetria delle loro personalità, quindi, si giunge a una consapevolezza simmetrica dei propri pregi e difetti.